giovedì 29 gennaio 2015

Pensioni: una «pensione» su misura


Una «pensione» su misura.

Un sistema a due vie, che permette di andare in pensione «anticipata»ai lavoratori che hanno iniziato a versare regolarmente i contributi entro il 23 esimo anno di età e alle lavoratrici che hanno debuttato entro il
24 esimo, e costringe gli altri ad attendere il pensionamento «ordinario» a 66 anni.

La regola
Senza «finestre mobili», scomparse le «quote» per misurare l’effetto combinato di anzianità ed età, i calcoli sulle proprie prospettive previdenziali si fanno relativamente più facili, rispetto al complesso meccanismo che fino a oggi ha guidato le uscite.

Per gli uomini e le donne che lavorano nel pubblico impiego, il sistema è praticamente a regime già dal 1° gennaio del 2012, mentre per le lavoratrici del settore privato, autonome o dipendenti, l’allineamento con le altre categorie sarà progressivo e porterà a 66 anni l’età di vecchiaia a partire dal 1° gennaio 2018.

Dipendenti e autonomi
La strada che conduce all’allineamento le lavoratrici dipendenti è però differente da quella destinata a produrre lo stesso effetto per le autonome: nel primo caso, l’età per l’uscita «ordinaria» sale a 62 anni dal 1° gennaio, mentre per le autonome il primo scalino è fissato (sempre per gennaio 2012) a 63 anni e 6 mesi.

Le differenze si attenuano con gli scalini successivi fino ai 66 anni per tutti dal 2018.

Un’altra differenza di trattamento, anch’essa limitata alla fase iniziale della riforma, è prodotta da una mini-clausola «di salvaguardia» riservata ai lavoratori dipendenti nati nel 1951-52: gli uomini che entro la fine del 2012 maturano la vecchia «quota 96» (con almeno 60 anni di età) e le donne che per la stessa data raggiungono almeno 20 anni di contribuzione, potranno andare in pensione a 64 anni, senza attendere oltre.

Una clausola, questa, che tutto sommato ha effetti limitati, soprattutto nel caso delle donne dipendenti che, se nate nella prima metà del 1952, possono comunque ottenere la pensione «ordinaria» nel 2015 a 63 anni e mezzo, quindi prima dei 64 anni previsti dalla regola ad hoc.

I calcoli
Con il passare degli anni, occorre anche considerare l’effetto degli incrementi automatici legati alla speranza di vita, che dal 2019 diventano biennali.

I lavoratori «precoci»
Dal momento che il discrimine fra pensionamento anticipato e ordinario, da individuare nell’età di ingresso al lavoro, è a 23 anni per gli uomini e a 24 per le donne, il canale anticipato è quello che interessa più da vicino tutti i lavoratori «precoci», che hanno iniziato a versare i contributi prima dei 18 anni. Nel loro caso il calcolo
è semplice, e prevede sempre il pensionamento 42 anni e uno-tre mesi (41 anni e uno-tre mesi
per le donne) dopo l’inizio del versamento regolare dei contributi. 

Il problema, in questo caso,è dato dalle penalizzazioni introdotte dalla manovra per chi decide di uscire dal mondo del lavoro prima dei 62 anni. Il meccanismo scritto nella manovra, che tuttavia potrebbe essere soggetto a revisioni e "sconti", prevede un taglio sulla quota dell’assegno calcolata con il meccanismo
«retributivo», cioè quello in vigore fino al 31 dicembre 2011 per chi ha iniziato a lavorare prima del 1977 e quello applicato fra 1977 e 1995 per chi ha iniziato a lavorare dopo.

La penalizzazione è pari all’1% per ciascuno degli ultimi due anni che mancano a 62 (chi esce a
60 anni, quindi avrebbe un taglio del 2%), a cui si aggiunge il 2% per ogni anno inferiore ai 60.