giovedì 2 dicembre 2010

Il piano casa delle occasioni perdute. Un'opera incompiuta tra vincoli e false promesse


Il piano casa, che avrebbe dovuto consentire l'ampliamento delle abitazioni esistenti, è l'opera incompiuta per eccellenza nell'Italia delle incompiute, il simbolo di una ragnatela di false promesse che sta soffocando e spegnendo uno dei settori più importanti della nostra economia, quello delle costruzioni, utilizzato intelligentemente in altri paesi europei come cura ricostituente per accelerare la crescita del dopo-crisi.

Si potrebbero utilmente citare altri esempi di questo groviglio di politiche avviate con superficialità senza che poi nessuno se ne senta responsabile nel cammino dell'attuazione, di questa continua corsa a ostacoli in cui l'impresa è ostaggio dei molteplici livelli istituzionali in conflitto tra loro, di mezze misure cui abilmente manca sempre un tassello per tradursi da annuncio a realtà, cantieri, lavori, pagamenti. In questo teatrino così lontano dalle sofferenze che vivono oggi le imprese troviamo molte delle ragioni che ha spinto ieri il settore dell'edilizia a scendere in piazza.

Basterebbe forse citare la delibera con cui il 6 novembre 2009 il Cipe assegnava al piano delle piccole opere 413 milioni. Quella delibera, un anno dopo, aspetta ancora di essere pubblicata sulla Gazzetta ufficiale: si è persa nel groviglio di un iter che vede tappe volutamente complicate alla ragioneria, alla conferenza stato-regioni, alle commissioni parlamentari, alla registrazione della corte dei conti dove è ferma ora.

Il piano casa è però il fuoriclasse di questo stato di cose, per importanza degli investimenti che avrebbe potuto attivare e per il conflitto stato-regioni-comuni che ha scatenato fin dal primo minuto. Gli istituti di ricerca - ancora non rassegnati a vedere morto il piano casa - lo pesano per il 2011 con ben due punti percentuali del Pil edilizio. Per il Cresme, il suo decollo porterebbe l'edilizia fuori di una crisi che dura da cinque anni, mutando un -1,1% in un +0,9%.

Eppure nulla si muove. Dalla periferia non arrivano segnali incoraggianti, tali da far pensare che qualcosa stia cambiando e che l'originaria idea berlusconiana venga fatta propria dagli altri livelli istituzionali con più entusiasmo di quanto sia accaduto finora.

Qualche regione che ha cambiato colore alle ultime elezioni regionali, passando dal centro-sinistra al centro-destra, come Lazio e Piemonte, prova a semplificare le regole e ad accelerare il progetto, ma senza troppa convinzione che questa sia davvero una priorità, considerando che, a sei mesi dall'insediamento, quasi nulla di concreto è ancora successo.

Anche nel governo ormai pochi hanno fiducia che il piano possa decollare. Praticamente non se ne parla più.

In realtà, si può dire che ci abbia creduto con entusiasmo soltanto Silvio Berlusconi che l'aveva lanciato estraendolo da un cilindro nel marzo del 2009. Ad accoglierlo con entusiasmo solo gli istituti di ricerca che avevano pronosticato investimenti per 40-50 miliardi di euro. Nessun ministro ha mai concretamente mosso un dito per accelerare quel piano, se si fa eccezione per l'iniziativa del ministro delle regioni Raffaele Fitto che portò, dopo un iniziale durissimo conflitto con i governatori, alla firma di un'intesa fra governo e regioni il 1°aprile 2009.

Di un «pesce d'aprile» in effetti si trattò, visto che le regioni non hanno poi fatto nulla di concreto per far passare quella misura come una leva per il rilancio del settore edilizio. Timide attuazioni, piuttosto. Formalmente proprio i governatori di centro-sinistra come Toscana ed Emilia-Romagna sono state i primi ad approvare le relative leggi regionali, ma tutte le regioni hanno messo tanti e tali paletti a difesa delle proprie prerogative urbanistiche da depotenziare totalmente lo strumento.


Poi è stata la volta dei comuni che sul territorio non perdono occasione per rivendicare le prerogative urbanistiche. Altri ostacoli, altre condizioni. Il risultato è stato registrato dal Sole 24 Ore del 13 settembre scorso che, con un'inchiesta a tutto campo, ha certificato soltanto 2.700 domande in 63 delle maggiori città italiane. Praticamente niente se si confronta con le centinaia di migliaia di domande attese.

Siamo ancora a quel punto, più o meno. Come per le piccole opere, come per gli investimenti programmati dal Cipe, gli annunci restano annunci, la carta resta carta e non si traduce in cantieri o posti di lavoro.

FONTE: IL SOLE 24 ORE