lunedì 31 maggio 2010

Aria di crisi sul Futuro delle banche Italiane?


Si addensano le nubi della crisi sul futuro delle banche italiane, ma più che la manovra da 24 miliardi varata dal governo, è il ristagno dell’economia reale che rischia di appesantire le performance dei nostri istituti di credito.

Nel 2009 infatti le sofferenze sono cresciute da 25 a 34 miliardi di euro e, secondo Prometeia e secondo molti altri osservatori, quest’anno potrebbero toccare un record.

Con un Pil in flebile crescita dello 0,8% quest'anno d'altra parte non ci si aspettava molto di meglio e il rischio è anzi che le pmi in default si moltiplichino finendo per gravare sui bilanci bancari.

Per certi versi questo contesto per gli istituti italiani che sono sopravvissuti alla crisi senza far ricorso, se non in pochissimi casi, agli aiuti dello Stato, sembra una scenario da tempesta perfetta.

I bassi tassi d’interesse comprimono infatti i margini di interesse notevolmente e segano via gran parte degli introiti delle banche.

Il percorso di Basilea III, per quanto lento e tardivo, richiederà sicuramente nuovi capitali da immettere nel patrimonio primario comprimendo la redditività delle banche.

Altri eventi possibili, come la Tobin Tax e la creazione di una tassa europea sulle banche, potrebbero rallentare ancora le performance del nostro sistema creditizio che già nel 2009 ha ridotto gli utili complessivi del 22,2% da 10,2 a 8 miliardi di euro.

Da tempo le nostre banche condannano una tassazione che ritengono eccessiva e che secondo un recente report dell’Abi è maggiore del 15% alla media europea.

Imposte eccessive potrebbero danneggiare la competitività delle nostre banche in un periodo in cui sono chiamate a sforzi notevoli dalle norme internazionali e da condizioni dei mercati assai sfidanti.

Eppure le banche italiane sono riuscite a mantenere condizioni di solidità tra le migliori del Vecchio Continente e se si vuole cercare del rischio nel comparto, a livello europeo, si troverà più facilmente qualcosa nelle cajas spagnole o nelle Landesbank tedesche.

La pressione sulle banche è già scontata dalle borse in gran parte, almeno nel nostro listino dove il peso dell’intero settore bancario, in termini di capitalizzazione, si è molto ridotto in proporzione agli altri settore rispetto a uno o due anni fa.

Il dibattito sul fondo anticrack bancario rischia di aprire adesso nuove divisioni e forse di portare nuove imposte nei già fragili bilanci delle banche europee.

Forse non ha torto il britannico cancelliere dello scacchiere George Osborne a criticare l’idea del fondo avanzata da Michel Barnier, il commissario francese ai servizi Bancari e finanziari. Un paracadute contro il fallimento potrebbe forse incoraggiare le banche a correre altri rischi.

Tuttavia va notato che un simile fondo potrebbe proteggere per una volta anche i bilanci pubblici da eventuali crack bancari. Il bello sarebbe che questo fondo sarebbe creato con la tassazione delle attività bancarie e quindi sarebbe lo stesso sistema creditizio a doversi ripagare in caso di eventuali default.

In fondo è forse una delle cose più sensate pensate finora contro il sistema del too big too fail.
Alcune incertezze sulla salute del sistema bancario europeo provengono anche dalle voci, riprese dal Wall Street Journal, in merito a una riduzione dei tassi applicati sui dollari prestati dall Fed alle banche dell'Eurozona.

Si tratta - per semplificare - di un sistema per aumentare la liquidità nel mondo del credito europeo. D'altra parte la curva dell'Euribor a tre mesi tra aprile e oggi dimostra una notevole crescita del costo del denaro interbancario che denota una certa crisi di liquidità nel sistema creditizio europeo.

Di certo le posizioni tra i vari paesi e persino tra i vari istituti si sono divaricate ancora una volta quasi a testimoniare il pluralismo delle voci europee o, se si preferisce, l’incapacità del Vecchio Continente a darsi un indirizzo unitario che trascenda gli interessi nazionali.

Finisce che un Paese come la Gran Bretagna che mantiene fieramente le distanze da Bruxelles, che salva di nascosto dal mercato le sue banche e che ha dovuto evitare la bancarotta del proprio sistema finanziario con la statalizzazione dei suoi più importanti istituti privati, ci viene a dare lezioni sul moral hazard.

Certo i tempi sono duri, ma forse in Europa farebbero meglio ad ascoltare l’Italia.